Martedì 7 marzo 2017, alle ore 17.00, presso la Sala Galtarossa del Museo degli Affreschi saranno presentati gli atti del convegno Matilde nel Veneto, a cura di Paolo Golinelli, organizzato nell’autunno 2015 dalla Direzione Musei d’Arte e Monumenti e dall’Università degli Studi di Verona in occasione del IX Centenario della morte di Matilde di Canossa.

Interverranno Margherita Bolla, Direttrice dei Civici musei d’Arte di Verona, Giampaolo Romagnani, Direttore del Dipartimento Culture e Civiltà dell’Università degli Studi di Verona, e i professori Antonio CiaralliGiancarlo VolpatoTiziana Franco.

È trascorso ormai più di un anno da quando è iniziata l’avventura di Paola Marini sulle rive del Canal Grande.

Un’avventura nata dalla sfida lanciata dal Ministero dei Beni Culturali che ha sviluppato e concretizzato un programma di adeguamento strutturale ed organizzativo per venti dei più importanti e prestigiosi musei e realtà culturali statali italiani.
Un programma a dir poco rivoluzionario che ha modificato lo stesso concetto filosofico di museo statale, finora ancorato a ferrei principi di tutela e conservazione delle opere d’arte, adeguandosi alle esigenze che anche un moderno turismo culturale di buon livello richiede.

Paola Marini, la nostra storica direttrice delle Civiche Raccolte d’Arte di Verona, è stata chiamata a dirigere, in un quadro normativo del tutto nuovo, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, il museo statale italiano che viene universalmente identificato come il massimo centro mondiale per ammirare e studiare la pittura del ‘500 veneziano; e non solo quella.

Comodamente seduti in una piccola saletta delle Gallerie, Paola mi confida l’impressione del suo primo impatto nella nuova prestigiosa direzione.

Profondamente rinnovate da importanti lavori di restauro durante l’ultimo quindicennio, e non ancora del tutto completati, le Gallerie dell’Accademia colpiscono per la grandiosità degli spazi espositivi, con ampi saloni e fughe di luminose gallerie.
Al confronto il nostro caro Museo di Castelvecchio appare come una struttura bellissima, ma a carattere più intimistico, quasi famigliare.

Nelle Gallerie dell’Accademia il respiro è decisamente internazionale: vuoi per la tipologia dei visitatori, assolutamente cosmopolita; vuoi per il continuo colloquio che i direttori, di oggi e di ieri, hanno sempre intrattenuto con i colleghi dei musei di tutto il mondo per organizzare manifestazioni in comune, scambi di opere, approfondimenti culturali e comunque sviluppare quei rapporti di operosa amicizia che solo l’amore per l’alta cultura può realizzare.

Tra i grandi musei italiani le Gallerie dell’Accademia presentano la caratteristica di essere una raccolta quasi monografica. Infatti il museo non nasce come raccolta dei lasciti di grandi famiglie, e di conseguenza di opere che spaziano nel tempo.
La collezione si presenta come una galleria di risulta sia delle spogliazioni napoleoniche, sia delle soppressioni sempre operate da Napoleone, ma anche dall’Italia.

Il risultato è una concentrazione di meravigliosi capolavori della pittura veneziana dal XIV al XVIII secolo, con particolare spazio per il Quattrocento e il Cinquecento.
Quel magico periodo in cui Bellini, Tiziano, Tintoretto, Giorgione, Veronese suscitano con il trionfo del colore, della luce, della naturalezza e del ritratto un vero piacere visivo ed intellettuale.

Qui a Venezia la bellezza e la gioiosità delle tele cinquecentesche ammaliano con i loro splendidi colori luminosi i visitatori di tutto il mondo.

Canaletto, Canal Grande da Santa Maria della Carità (oggi sede delle Gallerie dell’Accademia)

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Seconda e ultima puntata del viaggio del nostro socio Giuseppe Perotti alla scoperta delle pievi romaniche lungo la via Francigena.

La prima parte dell’articolo è disponibile qui.

Riprendo l’auto e risalgo la stretta, ma molto panoramica val Baganza e raggiungo all’incrocio con la statale della Cisa la località di Berceto.

Berceto è un borgo antichissimo, fondato dal re longobardo Liutprando in seguito ad un miracolo accaduto nel 718 d.C. a San Moderanno, un vescovo pellegrino che si fermò in quel luogo mentre raggiungeva dalla sua nativa Francia la capitale della Cristianità.
Nei secoli successivi, data l’importanza strategica del luogo, passaggio obbligato tra Pianura Padana e costa Tirrenica, Berceto fu sede di molti scontri militari e devastazioni, passando sotto la protezione e la giurisdizione dei vari potentati del tempo.
Il Duomo, ovviamente dedicato a san Moderanno, è stato progettato e costruito nel XII secolo, anche se molte delle strutture che ammiriamo oggi sono state in parte aggiunte nei secoli successivi, mantenendo però un’armonia formale convincente. È certo che il bellissimo portale principale e quello laterale sul fianco sinistro sono gli originali del XII secolo.

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Sembra incredibile, ma ancor oggi è possibile incontrare pellegrini che “ a piedi “ percorrono di buon passo la Via Francigena, avendo per unica meta Roma. Si tratta in genere di stranieri: polacchi, tedeschi o irlandesi. Ma i proprietari dei radi bar o trattorie del tratto appenninico ricordano anche di aver ospitato degli scandinavi, e comunque anche italiani.

Sono ovviamente equipaggiati come gli escursionisti contemporanei delle nostre montagne, e non manca mai il bordone, sia pur in alluminio o in fibra di carbonio. Ciò che colpisce di loro è la tranquillità e la determinatezza nell’avanzare con qualunque tempo, avendo una meta ben chiara in testa: la Città Eterna.

 

Che cosa è un “Museo Diffuso“?

Le definizioni sono francamente troppe e spesso divergenti tra loro.

Ma un “Amico dei Musei” non si perde d’animo e con un ragionamento logico identifica il Museo Diffuso come un insieme di opere realizzate dall’uomo, collocate in uno spazio definito e omogeneo, in grado di dare una vera emozione al visitatore e che non siano racchiuse tra le quattro canoniche pareti che contraddistinguono un museo tradizionale.

Con questo semplice concetto sono andato alla ricerca di opere d’arte innalzate quasi un millennio fa dall’uomo, per la maggior parte a me ancora sconosciute e che ritenevo potessero nel loro insieme formare un originale ed raffinato Museo Diffuso.

Mi sto riferendo  alle pievi romaniche che costellano il tratto appenninico della antica Via Francigena, quel leggendario, ma realmente esistito cammino che già nel lontano e tenebroso anno Mille accompagnava i pellegrini d’Oltralpe alla visita delle sacre Basiliche romane.

E ciò già avveniva  tre secoli prima che Bonifacio VIII istituisse l’Anno Santo!

Era un cammino che iniziava a Canterbury nell’odierna Inghilterra e dopo aver by-passato le acque tempestose della Manica con le modeste imbarcazioni di allora, proseguiva  per oltre duemila chilometri in Francia e nell’odierno Cantone svizzero del Vallese, per entrare infine in Italia.

Ben 1015 chilometri si dispiegavano nel nostro Paese, dal passo del Gran San Bernardo giù per la Pianura Padana ( Ivrea, Vercelli, Pavia, Piacenza, Fidenza ), per poi inoltrarsi tra le alture dell’Appennino e superarle al passo della Cisa, chiamato allora la Via di Bardone,  per scendere poi nelle vallate toscane e liguri toccando Pontremoli, Sarzana ed inserendosi infine negli itinerari delle vie consolari romane Aurelia e Cassia laddove erano ancora percorribili, o su nuovi sentieri di fortuna tracciati attorno alle zone disastrate.
Lambendo località come Lucca, San Gimignano, Siena, Radicofani, Bolsena e Viterbo i pellegrini giungevano in vista della grande Basilica costantiniana di San Pietro a Roma.

Un viaggio di grande devozione religiosa, che poteva diventare assai pericoloso per le difficoltà insite nell’accidentato percorso, e anche per  possibili  incontri con pericolosi malviventi, se lungo tutto il tragitto gli Ordini Monastici e i Signori dei luoghi  non avessero provveduto ad arricchire la Via Francigena di posti di ristoro e pernottamento a distanze medie di una giornata di cammino, ricalcando gli schemi delle famose “mansiones e submansiones” romane.
Accanto agli ospizi od ospedali per i romei  sorsero naturalmente delle pievi nello stile romanico di allora, in pietra grezza molto suggestiva, ove i pellegrini potevano rinnovare le preghiere a Dio in attesa del loro grande incontro della vita nelle Basiliche romane.

Nelle zone di pianura è ormai difficile ritrovare tracce della Via Francigena, tali e tanti sono stati gli stravolgimenti  nei secoli dovuti a cause naturali, e soprattutto per mano dell’uomo. Curiosamente il tratto più difficile e impegnativo, i 60 chilometri di montagna tra Fornovo e Pontremoli, è quello che ha conservato maggiori tracce della Via, ancor oggi percorribili a piedi per diversi tratti sul fondo stradale originale di rustico selciato, immersi in boschi di secolari castagni.

Ma soprattutto hanno custodito meravigliose opere architettoniche religiose che arricchivano e glorificavano il faticoso cammino dei pellegrini.
Il mio viaggio di ricerca inizia in effetti quando sono al limite della pianura.

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