Seconda e ultima puntata del viaggio del nostro socio Giuseppe Perotti alla scoperta delle pievi romaniche lungo la via Francigena.

La prima parte dell’articolo è disponibile qui.

Riprendo l’auto e risalgo la stretta, ma molto panoramica val Baganza e raggiungo all’incrocio con la statale della Cisa la località di Berceto.

Berceto è un borgo antichissimo, fondato dal re longobardo Liutprando in seguito ad un miracolo accaduto nel 718 d.C. a San Moderanno, un vescovo pellegrino che si fermò in quel luogo mentre raggiungeva dalla sua nativa Francia la capitale della Cristianità.
Nei secoli successivi, data l’importanza strategica del luogo, passaggio obbligato tra Pianura Padana e costa Tirrenica, Berceto fu sede di molti scontri militari e devastazioni, passando sotto la protezione e la giurisdizione dei vari potentati del tempo.
Il Duomo, ovviamente dedicato a san Moderanno, è stato progettato e costruito nel XII secolo, anche se molte delle strutture che ammiriamo oggi sono state in parte aggiunte nei secoli successivi, mantenendo però un’armonia formale convincente. È certo che il bellissimo portale principale e quello laterale sul fianco sinistro sono gli originali del XII secolo.

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Sembra incredibile, ma ancor oggi è possibile incontrare pellegrini che “ a piedi “ percorrono di buon passo la Via Francigena, avendo per unica meta Roma. Si tratta in genere di stranieri: polacchi, tedeschi o irlandesi. Ma i proprietari dei radi bar o trattorie del tratto appenninico ricordano anche di aver ospitato degli scandinavi, e comunque anche italiani.

Sono ovviamente equipaggiati come gli escursionisti contemporanei delle nostre montagne, e non manca mai il bordone, sia pur in alluminio o in fibra di carbonio. Ciò che colpisce di loro è la tranquillità e la determinatezza nell’avanzare con qualunque tempo, avendo una meta ben chiara in testa: la Città Eterna.

 

Che cosa è un “Museo Diffuso“?

Le definizioni sono francamente troppe e spesso divergenti tra loro.

Ma un “Amico dei Musei” non si perde d’animo e con un ragionamento logico identifica il Museo Diffuso come un insieme di opere realizzate dall’uomo, collocate in uno spazio definito e omogeneo, in grado di dare una vera emozione al visitatore e che non siano racchiuse tra le quattro canoniche pareti che contraddistinguono un museo tradizionale.

Con questo semplice concetto sono andato alla ricerca di opere d’arte innalzate quasi un millennio fa dall’uomo, per la maggior parte a me ancora sconosciute e che ritenevo potessero nel loro insieme formare un originale ed raffinato Museo Diffuso.

Mi sto riferendo  alle pievi romaniche che costellano il tratto appenninico della antica Via Francigena, quel leggendario, ma realmente esistito cammino che già nel lontano e tenebroso anno Mille accompagnava i pellegrini d’Oltralpe alla visita delle sacre Basiliche romane.

E ciò già avveniva  tre secoli prima che Bonifacio VIII istituisse l’Anno Santo!

Era un cammino che iniziava a Canterbury nell’odierna Inghilterra e dopo aver by-passato le acque tempestose della Manica con le modeste imbarcazioni di allora, proseguiva  per oltre duemila chilometri in Francia e nell’odierno Cantone svizzero del Vallese, per entrare infine in Italia.

Ben 1015 chilometri si dispiegavano nel nostro Paese, dal passo del Gran San Bernardo giù per la Pianura Padana ( Ivrea, Vercelli, Pavia, Piacenza, Fidenza ), per poi inoltrarsi tra le alture dell’Appennino e superarle al passo della Cisa, chiamato allora la Via di Bardone,  per scendere poi nelle vallate toscane e liguri toccando Pontremoli, Sarzana ed inserendosi infine negli itinerari delle vie consolari romane Aurelia e Cassia laddove erano ancora percorribili, o su nuovi sentieri di fortuna tracciati attorno alle zone disastrate.
Lambendo località come Lucca, San Gimignano, Siena, Radicofani, Bolsena e Viterbo i pellegrini giungevano in vista della grande Basilica costantiniana di San Pietro a Roma.

Un viaggio di grande devozione religiosa, che poteva diventare assai pericoloso per le difficoltà insite nell’accidentato percorso, e anche per  possibili  incontri con pericolosi malviventi, se lungo tutto il tragitto gli Ordini Monastici e i Signori dei luoghi  non avessero provveduto ad arricchire la Via Francigena di posti di ristoro e pernottamento a distanze medie di una giornata di cammino, ricalcando gli schemi delle famose “mansiones e submansiones” romane.
Accanto agli ospizi od ospedali per i romei  sorsero naturalmente delle pievi nello stile romanico di allora, in pietra grezza molto suggestiva, ove i pellegrini potevano rinnovare le preghiere a Dio in attesa del loro grande incontro della vita nelle Basiliche romane.

Nelle zone di pianura è ormai difficile ritrovare tracce della Via Francigena, tali e tanti sono stati gli stravolgimenti  nei secoli dovuti a cause naturali, e soprattutto per mano dell’uomo. Curiosamente il tratto più difficile e impegnativo, i 60 chilometri di montagna tra Fornovo e Pontremoli, è quello che ha conservato maggiori tracce della Via, ancor oggi percorribili a piedi per diversi tratti sul fondo stradale originale di rustico selciato, immersi in boschi di secolari castagni.

Ma soprattutto hanno custodito meravigliose opere architettoniche religiose che arricchivano e glorificavano il faticoso cammino dei pellegrini.
Il mio viaggio di ricerca inizia in effetti quando sono al limite della pianura.

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Per festeggiare il ritorno al museo di Castelvecchio dei nostri dipinti, nei primi due weekend di gennaio, 7-8 e 14-15, gli Amici organizzano un servizio di ciceroni di sala per accogliere i visitatori e “raccontare la storia” dei diciassette capolavori.

Dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 17.30 saremo nelle sale del Museo, dove veronesi e turisti avranno l’occasione di ammirare Pisanello, Bellini, Mantegna, Caroto, Rubens, Tintoretto e tutti gli altri. L’ingresso al Museo sarà di 1 €.

Tutto è bene quel che finisce bene.
Finalmente i diciassette capolavori rubati lo scorso anno sono rientrati a Castelvecchio!

Pare anche che siano in discrete condizioni, visto che nell’arco di tredici mesi hanno subito maltrattamenti e violenze di vario tipo, trasferimenti in condizioni assolutamente precarie e accantonamenti in rifugi umidi e inadatti. Se pensiamo al rischio reale che fossero scomparsi per sempre, o che fossero ritornati in condizioni pietose, dobbiamo doppiamente rallegrarci.

Ciò nondimeno il lieto fine non deve certo risolversi unicamente in un sospiro di sollievo e in una prevedibile processione di curiosi che fino ad ora si sono poco o per nulla interessati al Museo di Castelvecchio, ma che l’eclatante fatto di cronaca ha reso di colpo popolare e molto trendy il visitarlo.

I quadri verranno accuratamente analizzati dai tecnici, amorevolmente rimessi nelle condizioni originali da sapienti restauratori e finalmente ricollocati là dove Carlo Scarpa lo aveva indicato.

Ma non finisce lì.

Il Comune di Verona, proprietario delle opere e gestore del Museo di Castelvecchio dovrà aggiornare e rendere più efficaci i sistemi di custodia, non solo nell’impiantistica che pare sia già piuttosto moderna e affidabile, ma nella gestione sicura e certa del sistema di sicurezza.

Il prossimo anno si rinnoverà il Consiglio Comunale di Verona e verrà eletto un nuovo Sindaco. Sarà opportuno che costui ripristini l’Assessorato alla Cultura del Comune di Verona, una struttura che manca da cinque anni. Verona è una città che brilla ai primi posti in Europa per l’offerta turistica a tutto campo e per la ricchezza del suo patrimonio artistico e paesaggistico, fortunatamente preservato dagli sconsiderati assalti modernistici di alcuni decenni fa.

Auspichiamo un Assessorato che torni a diventare il motore propulsivo e regolatore delle molte attività artistiche ad alto livello che caratterizzano Verona. Sarà l’occasione per far conoscere ai turisti, ma anche ai veronesi, che oltre all’universale Giulietta e al suo balcone, c’è di più, molto di più.

Per la città di Verona la deriva “cheap” che sta ormai condizionando il turismo veneziano di massa, nonostante la dura resistenza che i pochi veneziani di cultura stanno combattendo, non è un  esempio da imitare. E gli Amici dei Musei di Verona che in questi interminabili tredici mesi hanno contribuito non poco a tener sveglia nell’opinione pubblica l’attenzione e la speranza, dovranno ora farsi tangibilmente partecipi del rilancio culturale del Museo di Castelvecchio.

Una concreta e felice partecipazione potrebbe essere quella di immedesimarsi materialmente nelle opere ritrovate, “adottando” da parte di un singolo o di un gruppo di associati una delle diciassette opere rientrate dall’Ucraina e contribuire al costo del suo restauro e del ripristino alle condizioni originali. Ho già inviato la mia personale disponibilità alla Direzione del Museo per il restauro di un certo quadro, ricevendone una gradita accettazione.

Di quale opera pittorica si tratta?

Indovinatelo!

 

Giuseppe  Perotti