Noto con piacevole sorpresa che il “metodo Paolo Veronese” funziona a meraviglia. Questo metodo non è certo una novità.
Gli ideatori di importanti Mostre d’arte hanno sempre cercato, e significativamente anche in Verona, di preparare i possibili visitatori con incontri propedeutici.

Ho un antichissimo e piacevole ricordo di quando a Milano, ancora ragazzo, partecipai una sera con mio padre presso il “Centro culturale Pirelli” ad una conferenza preparatoria per una visita organizzata a Venezia. Per la prima volta quella sera sentii nominare un certo Zorzon da Castelfranco, e qualche giorno dopo vidi a Palazzo Ducale, non del tutto digiuno sulle difficoltà di una accettabile interpretazione, quella enigmatica meraviglia della “Tempesta”.

Ma Paolo Veronese ha avuto un trattamento di eccezionale favore, con ben sei conferenze che hanno permesso il traghettamento alla Mostra di Verona con una miglior consapevolezza di ciò che si andava a conoscere. Confesso invece che finora su Dosso Dossi non ne sapevo molto. Un ferrarese che lavorò con impegno presso la Corte estense di Alfonso I a Ferrara ed a Modena, con due importanti trasferte di lavoro fuori ducato: una alla Villa Imperiale di colle San Bartolo presso Pesaro, dove è ancora possibile ammirare un bellissimo soffitto affrescato per i Della Rovere, ed una ben più importante, durata oltre un anno, presso la corte di Bernardo Cles il principe-vescovo di Trento.

Dosso Dossi si recò inoltre più volte nel corso della sua vita professionale a Venezia, a Padova, a Roma, a Firenze, a Mantova, dove, studiando gli artisti più famosi che vi operavano, ebbe fonti di ispirazione, pur riuscendo a mantenere in tutta la sua opera uno stile suo proprio. E qui entra in scena il professor Vincenzo Farinella dell’Università degli Studi di Pisa che con una esaustiva ed impeccabile conferenza alla Gran Guardia ci ha offerto uno spaccato fondamentale sull’anno di attività del Dossi a Trento. Città dove resta aperta fino al 2 novembre una Mostra con molte delle sue opere.

L’artista ferrarese, aiutato dal fratello Battista, dipintore di minore talento, e insieme a due grandi pittori del tempo, il Romanino ed il Fogolino, affrescò numerose sale della nuova ala del Castello del Buon Consiglio, il Magno Palazzo, una grandiosa costruzione rinascimentale appena edificata e che si allineava al trecentesco Castelvecchio.

Il Magno Palazzo è lo specchio di chi lo volle edificare: Bernardo Cles. Una figura basilare nel mondo politico e religioso della prima metà del Cinquecento. Pur essendo già il Vescovo-Principe del principato tridentino, come cardinale di Santa romana Chiesa era membro del Sacro Collegio, e nel contempo era anche cancelliere e consigliere degli imperatori Massimiliano I e Carlo V!

Una figura di primaria grandezza che da Trento seppe equilibrare, ed almeno in parte far interagire tra loro due grandi culture: la italiana e la tedesca in uno dei momenti più travagliati e tragici della storia nostra ed europea. Una piccola chiosa di carattere architettonico che ben “fotografa” lo spirito di Bernardo Cles: nell’appartamento clesiano, cioè la zona del Magno Palazzo da lui abitata (nei rari momenti che non era in viaggio), il locale più vasto, più riccamente decorato, era la “Libraria”, la biblioteca dove il cardinale conciliava studio, politica e preghiera.
Un vero grande umanista.
Qui termina la prima parte della nota, perché domani andrò a Trento a visitare la Mostra. Seguirà un commento.

Ecco il mio primo commento a caldo, subito dopo il rientro dalla tournée tridentina.
La scelta della sede espositiva non poteva essere più felice. Il Magno Palazzo rappresenta una fusione perfetta tra la leggiadria rinascimentale italiana e la severa razionalità teutonica. Per sottolineare l’importanza della Mostra e la scelta strategica della location, va ricordato che l’ideazione parte dalla Galleria degli Uffizi nell’ambito del progetto “La città degli Uffizi”, e curata, oltre che da Vincenzo Farinella, da Lia Camerlengo e da Francesca de Grammatica. Il prof. Farinella, collocando nelle sale del Magno Palazzo, affrescate dallo stesso Dosso Dossi (oltre che dal Romanino e dal Fogolino), alcune significative opere pittoriche di Dosso Dossi provenienti da famosi musei e collezioni private, ha fatto un intervento di alta filologia figurativa. Si percepisce chiaramente un muto colloquio tra le figure delle volte affrescate ed i soggetti dipinti dalla stessa mano ed esposti più sotto.

Uno dei più celebri quadri di Dosso Dossi, “Giove pittore di farfalle” proveniente dal Castello reale di Cracovia, è stato posto nella Camera del Camin Nero sotto la volta affrescata da un monocromo ideato da Dosso Dossi, anche se poi realizzato dal fratello Battista, e che rappresenta fedelmente quel trionfo della Virtù raccontato da Leon Battista Alberti e forse attribuibile allo scrittore greco Luciano.
La curiosità interpretativa deriva dal fatto che il Dossi, a differenza dell’affresco soprastante, non ritrae nell’opera pittorica Giove intento a colorare le ali delle farfalle (la rappresentazione figurativa di un dio indifferente alle cose terrene, ma intento ad una attività trascendentale) come lo descrive l’Alberti, ma lo trasfigura in un vero, diligente ed impegnato pittore di farfalle!

Perché il Dossi fa questa scelta? È uno dei misteri per i quali i curatori hanno voluto sottotitolare la mostra con la frase: “Rinascimenti eccentrici al Castello del Buonconsiglio a Trento”.
Le ipotesi più plausibili sono che lo stesso autore essendo molto orgoglioso di essere pittore, (tanto da inserire il suo autoritratto tra le incisioni di uomini illustri predisposte per un libro, e riscattando così il fatto che nell’età greco- romana i letterati fossero ritenuti i soli e veri artisti, relegando i pittori tra gli artigiani), abbia “divinizzato” la sua arte, promuovendo il capo degli dei a…pittore!
O più semplicemente penso che Dosso Dossi abbia voluto onorare ed esaltare il suo mecenate ferrarese Alfonso I, pittore dilettante lui stesso, paragonandolo a Giove.
Al di là di questi gustosi aneddoti, il fatto che in Mostra, per meglio confrontare la capacità artistica di Dosso Dossi, siano state presentate anche opere del Garofalo, di Amico Aspertini, di Tiziano, di Giorgione e perfino un disegno di Michelangelo sta a dimostrare come questo impegnato e fortunato pittore, sicuramente molto ben coadiuvato dal fratello Battista e dai collaboratori di bottega nel portare a compimento un grande numero di opere di pittura religiosa o profana, di ritrattistica e di decorazione parietale, riempia una casella di primissimo piano tra i grandi artisti della prima metà del Cinquecento .

In mostra a Trento vi sono delle opere che attraverso una sapiente ripulitura da ridipinture posteriori, mostrano una qualità eccezionale.
Ricordo il San Sebastiano proveniente da Brera. In esso c’è l’eco dei Prigioni michelangioleschi.
Particolarmente raffinate ed enigmatiche le cinque tavole a rombo (in origine erano nove ed a forma di mandorla) che erano inserite nel soffitto ligneo della camera da letto di Alfonso I a Ferrara. Sono capolavori che precorrono l’opera secentesca di Annibale Carracci. Certe altre sue opere non sono precaravaggesche, anche se lo sembrano. Ma certamente Caravaggio, che era attento ad ogni tendenza pittorica del momento, sicuramente si ispirò anche a Dosso Dossi!

Paradossalmente il lungo oblio della sua opera tra i cultori dell’arte fino ad almeno tutto l’Ottocento può venir attribuito…alla sua grande amicizia con l’Ariosto.
Questi infatti in una terzina dell’Orlando Furioso lo paragona a “i pittori di quai la fama sempre starà fin che si legga e si scriva”, e cioè Leonardo, Mantegna, Giovanni Bellini, Raffaello e Tiziano. Ma il Vasari non apprezzò la sua opera e lo relegò in secondo piano, creando una lunghissima zona d’ombra. Le incerte od erronee attribuzioni a Dosso Dossi di molte opere del fratello Battista crearono ulteriori incertezze.

Ancor più meritoria quindi la volontà degli organizzatori della Mostra di Trento di far conoscere uno dei più raffinati ed importanti artisti del nostro Rinascimento.

Giuseppe Perotti