Ci sono diversi approcci per ideare e realizzare mostre di pittura che divengano poi eventi di primaria importanza.

C’è chi parte dall’idea di produrre un happening di assoluto richiamo mediatico, presentando alcuni capolavori dell’artista al quale si vuoi dedicare la mostra ed arricchendo poi il catalogo con molte altre opere di autori contigui al fuoriclasse.

Spesso tali mostre richiedono ingenti risorse finanziarie, perché i musei di livello internazionale cedono temporaneamente i loro capolavori (quando li cedono) solo a determinate e molto onerose condizioni.

Altri invece affrontano il problema sulla base di una originale e dotta ricerca scientifica. Vengono posti degli interrogativi stilistici o storici su un determinato artista , e attraverso una ragionata individuazione delle sue opere più emblematiche, procedono alla ricerca e alla raccolta di quelle da portare in mostra. La selezione può venir completata con opere di altri artisti affini per stile o tendenza; o addirittura con opere di artisti vissuti in secoli precedenti, ma che hanno influenzato il suo percorso artistico.

A questa seconda categoria appartiene senza ombra di dubbio la mostra Manet-ritorno a Venezia che venticinque Amici di Castelvecchio hanno visitato il 25 maggio al Palazzo Ducale della città lagunare.

Una mostra bellissima e appagante, nata dall’intelligente e fattiva collaborazione della Fondazione Musei Civici di Venezia ed il museo parigino d’Orsay, che prestando con grande generosità opere del calibro della celebre Olympia ha permesso all’attento visitatore di percepire “de visu” il percorso di maturazione che il grande pittore francese iniziò fin da giovane, copiando al Louvre i grandi maestri rinascimentali italiani. Manet perfezionò il suo desiderio di conoscenza con più viaggi in Italia, Venezia e Firenze in particolare, ma si rivolse anche alla pittura spagnola, ammirando in particolare le opere di Velàsquez e di Goya.
Non disdegnò attraverso la sua composta ,ma intensa curiosità, lo studio degli antichi modelli pittorici olandesi, come Jan Vermeer, fonte di profonda ispirazione nel bellissimo ritratto della moglie, pianista di origine olandese.

La mostra è suddivisa in alcune sezioni che sottolineano i vari momenti pittorici di Manet. Nei circa trent’anni di intensa attività andò sempre alla ricerca di nuove soluzioni, senza venir peraltro ingabbiato in alcuno dei numerosi movimenti artistici che animarono Parigi e l’Europa nella seconda metà dell’Ottocento.
Insuperabile per potenza espressiva la presenza in mostra ,sulla stessa parete di una sala ,della Venere di Urbino, proveniente dalla Galleria degli Uffìzi, e la Olympia del Musée d’Orsay.
Tiziano e Manet in muto ed intimo colloquio.
Due opere assai diverse; eppure traspare il profondo studio fatto da Manet sull’opera di Tiziano.
Olympia è la rivisitazione e l’omaggio dopo trecento anni di un grande francese al maestro veneziano.
Intervallate alle tele sono esposti numerosi e bellissimi disegni. Sì tratta di schizzi e studi fatti soprattutto in Italia in presenza di capolavori rinascimentali: Raffaello, Andrea del Sarto,Tintoretto,Tiziano. Altri disegni sono gli studi preparatori per i quadri a olio presenti in mostra.

Ma dove Manet raggiunge il sublime è nella rappresentazione dei volti. La sua pittura innovativa, che ha abbandonato le mezze tinte e le sfumature care a molti accademici dell’Ottocento, utilizza i colori tal quali, con un originale e personalissimo orientamento della singola pennellata, che costruisce le sembianze dei visi quasi si trattasse di una scultura.
Limita il disegno della figura, che viene sviluppata dal colore stesso.
Lo si potrebbe considerare come un precursore dell’Impressionismo e oserei dire anche di altre correnti pittoriche moderne, pur senza abbracciarne alcuna.

Sono rimasto particolarmente colpito dal quadro Ritratto del signore e della signora Manet del 1860. L’artista qui scava nei volti dei suoi genitori alla ricerca di una espressione che rivela una disperata rassegnazione nel vecchio padre malato e prossimo alla fine, e un grande sconforto nei liquidi occhi della madre che ormai nulla può fare per alleviare le pene del marito.

Parimenti splendida è la grande tela intitolata Gesù deriso dai soldati del 1864.
Manet, repubblicano ed anche un po’ rivoluzionario , è però rispettoso del sacro, e in questo quadro,tendenzialmente monocromatico, dona al Cristo una espressione così umana nel grande dolore che sopporta, che non fu capita al suo tempo. Oggi però è incredibilmente in linea con il pensiero cristiano sulla figura del Cristo.
Alla serie dei ritratti capolavoro per l’intensità di espressione si possono annoverare gli stupendi ritratti della cognata Berte Morisot degli anni Settanta. Qui la pennellata si fa più rapida,quasi improvvisata, ma non per questo meno efficace e profonda.
Ma le scoperte e le ricerche non sono finite. È in mostra il celebre dipinto II balcone del 1869. Data per scontata la perfetta costruzione della tela, che ci raffigura un momento di vita borghese parigina, mi sembra che Manet abbia anticipato di almeno 30 anni le teorie psicanalitiche del dott. Sigismondo Freud. È chiaro che i tre personaggi abbiano dei problemi esistenziali. Pur in una calma apparente sono tre figure vicine ,ma assolutamente estranee tra loro. Guardano,assenti, in tre direzioni diverse; e chissà cosa stanno pensando. Se stanno pensando. È chiaro che Manet ci vuoi far capire che anche la ricca borghesia aveva al di là della spensieratezza di facciata gravi problemi su cui meditare.
Possiamo pensare alla incomunicabilità che Michelangelo Antonioni un secolo dopo renderà assoluta protagonista di alcuni suoi celebri film?

Ultima annotazione personale: il quadro che più mi ha colpito è Le fifre, il piffero. Un quadro di una grande semplicità: un giovanissimo in divisa, quasi un bambino,che suona un piffero guardando dritto gli occhi del pittore che lo ritrae. Non c’è sfondo. Solo una tonalità “greige” che potrebbe rappresentare il nulla. Molti critici hanno sottolineato la drammaticità, quasi la tragicità della figura. Da semplice visitatore della mostralo non ho visto tutta questa negatività; anzi dando credito all’immagine di anticipatore di Manet, ho scorto nel soldatino pifferaio quella figurina di bambino avvolto da un bianco mantello che ottant’anni dopo Federico Fellini, nella sequenza finale di Otto e mezzo pone alla testa di quella lunga fila di bandisti che travolgono ogni dubbio esistenziale, suonando la celebre marcetta di Nino Rota.

Alla Mostra di Palazzo Ducale sono presenti molte altre opere di Manet di grande bellezza.
Buon viaggio e buona visita.

 

Giuseppe