Sono a Bologna per un breve soggiorno, e ricordando che probabilmente gli Amici di Castelvecchio organizzeranno prossimamente una visita culturale a Bologna, che dovrebbe comprendere anche la visita a Palazzo Fava, dove è esposta una quindicina di grandi terrecotte di Arturo Martini, vi ho fatto un blitz in anteprima.

Arturo Martini, uno dei quattro sommi scultori italiani del Novecento italiano, tutti con il cognome che inizia con la lettera M, è quello che ha associato nel modo migliore il valore d’artista con la  manualità artigianale del fornaciaio, del marmista e del fonditore. Nei quarant’anni  di intensa attività creatrice ha prodotto infatti opere in bronzo,in ceramica,in gesso, in cemento, perfino una in legno. Ma la sua grande passione furono le terrecotte; anche nelle varianti in terra  refrattaria, in gres, in litoceramica.

Un grandissimo artista a tutto tondo.
Uno scultore che si ispirò a vari miti della millenaria scultura italica:come non ricordare le opere dell’arte etrusca; o il compianto di Nicolò dell’Arca nella chiesa di Santa Maria della Vita proprio in Bologna, senza però che ne venisse soggiogato?
Le grandi terrecotte esposte a Bologna nascono agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso. Arturo Martini, fino ad allora poco noto al mondo artistico italiano, ha un ripensamento durante il  periodo di permanenza alla scuola ISIA di Monza (Istituto Superiore di Industrie Artistiche). È lì, in un ambiente informale e poco accademico, dove si dedica anche alla creazione di proprie  opere oltre che all’insegnamento vero e proprio, che decide di ritornare a Vado Ligure, dove vive la moglie. Con l’aiuto di tecnici del locale stabilimento ILVA fa costruire ex novo un grande forno nel quale, prima dell’accensione, imposta e sviluppa direttamente le grandi opere in argilla refrattaria, che una lunga e ben controllata cottura trasformerà in opere d’arte definitive, pronte a sfidare il tempo.
Così nasce il più grande scultore del Novecento italiano.

La quindicina di grandi opere esposte a Bologna danno emozioni diverse passando di sala in sala. Non c’è uno “Stile Martini”. C’è, Arturo Martini: ed è tutto. Non posso tuttavia tralasciare un annotazione che, nulla togliendo alla grandiosità  dello scultore, fa meditare sulla evoluzione del gusto artistico da una generazione all’altra.
Nella visita a Palazzo Fava ero affiancato da una giovanissima accompagnatrice, nata mezzo secolo dopo la morte dello scultore. La osservavo attentamente, e a volte non scorgevo sul suo volto i segni di quella entusiastica ammirazione che invece io provavo davanti a certe opere.
A fine visita  ha poi espresso qualche valutazione critica. In particolare nell’opera Aviatore ha rilevato una disarmonia tra la forte plasticità del busto e la innaturale rigidità delle gambe. Anche sull’opera La lupa ferita, a mio parere capolavoro assoluto della mostra, la giovane accompagnatrice ha rimarcato una certa discrasia tra la forte intensità del volto della giovane colpita a morte ed il corpo non ancora scosso dal dolore per la freccia che l’ha appena trapassata. In compenso ha espresso un elogio incondizionato per l’opera Convalescente.

Che dire?  Io resto sempre dell’idea che Arturo Martini sia saldamente collocato tra i grandissimi scultori di tutti i tempi.

 

                                                                                     Aristarco