L’occasione era ghiotta. In quel di Bologna, nel Quartiere Fieristico, dove nel mese di dicembre degli anni d’oro si davano convegno migliaia di appassionati per visitare il Motorshow ed assistere alle spericolate esibizioni di auto e moto da competizione, quest’anno si è svolto un altrettanto spettacolare e singolare confronto tra opere d’Arte: Artefiera 2014.

Due lunghissimi padiglioni espositivi, tutta luce e vetrate, l’uno fianco all’altro, separati da una sottile striscia d’erba, offrivano all’occhio del visitatore 172 grandi stand ove erano esposte migliaia di opere d’arte.

In un padiglione risplendevano pitture e sculture realizzate tra il 1870 e il 1970, oltre ad una interessante rassegna, primizia assoluta per tale tipo di manifestazione, di lavori fotografici di grandi e meno grandi autori.

Nel secondo padiglione erano ospitate migliaia di opere di Arte contemporanea: pitture, sculture, ceramiche, fotografie più o meno rielaborate, installazioni, giochino con o senza luci e suoni, ed altre “cose” uscite dalla fantasia creativa degli artisti.
Tre ore di visita solo per avere una superficiale presa di contatto con la grande esposizione.

In ambedue i padiglioni i protagonisti presenti non erano gli artisti, salvo qualche doverosa eccezione, ma i galleristi ed i mercanti d’arte, che proponevano alla considerazione dei visitatori le opere esposte, sperando di trasformarli in graditi acquirenti.

Accidentalmente ho iniziato la visita dal padiglione dell’Arte contemporanea.

Il primo impatto visivo è stato  la grande presenza di pubblico: era sì un pomeriggio domenicale, ma la gente era veramente tanta, e di ogni estrazione culturale.

Dagli esperti, o supposti tali, riconoscibili principalmente per la foggia dell’abbigliamento e per gli animati crocchi che formavano attorno a determinate opere, ai giovani, molti in coppia, e direi  curiosi e attenti nell’osservare le opere, alle famiglie bolognesi con marmocchi al seguito, fino ai semplici curiosi come il sottoscritto.

La seconda osservazione è che tutti, ma proprio tutti, fotografavano tutto il fotografabile.

Chi utilizzando lussuose Nikon dai sofisticati obiettivi, chi con più democratiche tascabili; ma la più parte con telefonini e smartphone, che per l’occasione erano esentati dallo spedire o ricevere messaggini o cinguettare con amici e parenti.

Ho calcolato che in quel pomeriggio siano state scattate in Fiera non meno di un milione di foto!

Cosa dire delle opere esposte, pur con le dovute riserve derivanti dalla mia scarsa conoscenza dell’Arte contemporanea?

Alcune opere erano esercizi cerebrali senza senso, che a parer mio poco avevano a che fare con l’arte, anche perché, nella loro incoerenza, non riuscivano a trasmettere alcun messaggio. Ed il messaggio è un traguardo obbligato per ogni opera d’arte.

Per contro molte altre opere esprimevano una volontà di ricerca, e rispecchiavano la tensione dell’artista, impegnato a lanciare attraverso il tratto della grafica, la macchia di colore o la forma della materia, segnali condivisibili ed appaganti.

Nel complesso le opere di Arte contemporanea esposte in Fiera mi sono parse esprimere una piacevole vivacità, ed in alcune perfino uno slancio lirico, ben diverse  dal  triste conformismo che avevo scorto altre volte visitando, poche per la verità, mostre d’Arte contemporanea.

Resta il fatto che la rottura operata  agli inizi del Novecento da Pablo Picasso per una nuova visione dell’arte, e ringalluzzita negli anni cinquanta del secolo scorso da personaggi del calibro di Pietro Manzoni e Lucio Fontana rimanga irripetibile.

Ultima osservazione sulla visita al primo padiglione. In un angolino discreto di uno stand c’erano tre piccoli quadri che la penombra non permetteva di identificare bene. Sembravano però oggetti alieni al contesto. Da vicino si sono rivelati essere tre nature morte di Giorgio Morandi: bottiglie allineate di varia forma e colore, un po’ sfuocate e avvolte da una atmosfera “grèige”. A mio parere erano le opere più “contemporanee” esposte nel padiglione di Arte Contemporanea.

Un  commento sulle opere esposte nel secondo padiglione è francamente superfluo. Lì gallerie e mercanti d’arte italiani tra i più noti (ma anche alcune benvenute new entry) , presentavano belle opere di celebri artisti dell’Otto e Novecento, per la gran parte italiani.

Dai dipinti di Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Silvestro Lega, Antonio Mancini ed altri non meno importanti, per passare ai più vicini a noi Ottone Rosai, Giorgio de Chirico, Mario Sironi, Massimo Campigli, Alberto Savinio,Renato Guttuso, e giù giù fino ai “moderni” Lucio Fontana, Alberto Burri, EmilioVedova, Giuseppe Capogrossi e molti,molti altri.

Poche opere, ma eccelse, di scultura: alcune lucenti e scavate “palle” di Arnaldo Pomodoro e  quattro bronzi di Giacomo Manzù; penso che fossero le vere star di Artefiera 2014.

Considerazione finale su tutta la manifestazione: una grande esposizione che potrà favorire una migliore conoscenza dell’Arte contemporanea, facilitando negli appassionati la distinzione tra opere che esprimono una bella ricerca originale da  squallide ed inutili repliche.

Ma anche una fondamentale conferma della straordinaria potenzialità dell’Arte italiana della seconda metà dell’ Ottocento e del primo Novecento. Periodi che se hanno avuto i giusti riscontri per le opere d’arte francesi degli stessi periodi, non altrettanto si può dire per quelle italiane; anche dal punto di vista più prosaico, ma necessario, del loro valore di mercato.

Probabilmente certe tendenze modaiole, create ad arte da alcuni critici e da mercanti interessati, hanno esageratamente sopravvalutato alcuni artisti, specie contemporanei, mettendone in ombra altri di grande valore.

Restiamo fiduciosi in attesa.

 

Un Amico di Castelvecchio in trasferta a Bologna