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Martedì 11 febbraio alle ore 17,30 ha avuto ufficialmente inizio l’avventura che per tutto il 2014 richiamerà l’interesse e l’attenzione degli appassionati e del grande pubblico italiano ed internazionale su Paolo Caliari detto il Veronese; il più celebre dei pittori che a Verona hanno avuto i natali.
Nell’auditorium della Gran Guardia, esaurito in ogni ordine di posti, si è tenuta la prima delle sei Conferenze propedeutiche alle due Mostre che illumineranno nel corso dell’anno la figura del grande pittore, e che offriranno agli occhi del pubblico molte tra le più celebri opere del maestro veronese.
La prima Mostra si terrà in primavera a Londra presso la National Gallery e sarà sottotitolata come “Magnificence in Renaissance Venice”. La seconda risplenderà alla Gran Guardia in Verona dal 5 luglio al 5 ottobre sotto il titolo “Paolo Veronese, l’illusione della realtà”.

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La prima delle sei conferenze, volte a inquadrare il grande pittore nella Venezia del Cinquecento, è stata preceduta da una sintetica introduzione dei due curatori della Mostra, Paola Marini e Bernard Aikema, nella quale hanno brevemente ricordato come, caso pressoché unico in Italia, sono ormai quattro anni che lavorano intensamente per la buona riuscita dell’evento  culturale e scientifico, tra studi di approfondimento, contatti con musei e soprintendenze, viaggi di ricognizione ed opera di moral suasion per ottenere prestiti a titolo gratuito da musei italiani e stranieri.

Il relatore Augusto Gentili, per molti anni professore di Storia dell’arte veneta a La Sapienza , poi a Ca’ Foscari come titolare della cattedra di Storia dell’arte moderna, è uno dei più profondi conoscitori  della pittura veneziana e veneta, ed è autore di testi fondamentali su Mantegna, Giovanni Bellini, Cima da Conegliano, Tiziano, Tintoretto, Carpaccio, Giorgione e Lorenzo Lotto.

Dagli studi su Paolo Veronese ha sintetizzato due contributi, scritti in collaborazione con altri studiosi italiani: “Veronese nella chiesa di San Sebastiano” e “Veronese: la pittura profana”.

Pensavo che il relatore, in riferimento alla prima parte del titolo della conferenza, sviluppasse l’intervento sulla tecnica e le caratteristiche del suo modo di dipingere, ovvero la grande abilità nell’utilizzo di colori intensi e sfolgoranti, con un disegno delle figure e delle architetture sempre netto e rigoroso, a differenza di altri veneti, a lui coevi, più morbidi e sfumati nel tratto, quasi tonali.

Augusto Gentili ha invece arditamente affrontato il concetto filosofico, direi quasi un concetto teologico, relativo al valore estetico che si evince analizzando attentamente molte opere del Veronese.

Secondo il relatore, la “vulgata” avrebbe preteso di classificare Paolo Veronese come “pittore che non pone problemi”; un pittore bello, ma che non offre ai critici materia interessante su cui discutere.
Un pittore laico e progressista, votato ad illustrare i piaceri del mondo a lui contemporaneo.

Per Augusto Gentili questo concetto, che ancora in parte viene preso in considerazione, va decisamente combattuto con la forza e l’analisi del ragionamento.

Portando ad esempio i celebri grandi otto teleri delle Cene, di cui uno è andato perduto, essi sembrano rappresentare lussuosi banchetti, decisamente profani, piuttosto che l’Ultima Cena di Gesù con gli Apostoli, l’Incontro con i discepoli di Emmaus, o i Conviti a casa di Simone o di Levi.

All’apparenza l’analisi potrebbe sembrare plausibile, ma si trattava comunque di opere commissionate dai numerosi e ricchi conventi veneziani per ornare i loro refettori.
Conventi retti da frati che a volte, come nel caso dei domenicani conventuali di S. Giovanni e Paolo, avevano costumi piuttosto discosti dal rigore e dall’ascetismo imposti dall’osservanza della regola dell’ordine.

Tutta l’opera di Veronese per Augusto Gentili è una commistione tra il sacro e il profano: Paolo dipinge opere di carattere religioso, dove esalta la dottrina e la devozione, anche con immagini filosofiche e letterarie.
Per contro, c’è tutta una serie di dipinti che toccano la sfera politica, e sono permeati di propaganda e celebrazione.

Paolo è un tipico figlio del suo secolo, il Cinquecento.
È già avvenuta la Riforma protestante, come reazione agli eccessi edonistici e di corruzione della Chiesa. Sta sviluppandosi una Controriforma che, con il Concilio di Trento e l’Inquisizione, rivoluzionerà la vita dei cattolici.
Ma la Repubblica Serenissima di Venezia rappresenta pur sempre una delle società più libere, avanzate ed opulente dell’epoca, e le contraddizioni si possono manifestare in ogni attività intellettuale: la pittura in primis.

Non deve perciò far specie se Paolo viene blandamente chiamato a giustificarsi davanti all’Inquisizione per aver dipinto figure bizzarre nel grande telero oggi conosciuto come La cena in casa di Levi, tra cui spicca la testa di un moro vicino a quella del Cristo.
Il pittore ha l’ardire di rispondere agli inquisitori che “I pittori si prendono licenza come i poeti ed i matti”; e che, se nello sviluppo di una grande tela rimane uno spazio vuoto, lo si riempie con un’altra figura.

La condanna, veramente molto lieve, fu di mutare il titolo del quadro da “Ultima cena” a “Cena in casa di Levi”!

Analogamente dobbiamo accettare che nella Pala del Duomo di Mantova, raffigurante le tentazioni di Sant’Antonio, compaia una fanciulla discinta; oppure in altre opere vi siano santi coperti da rutilanti armature cinquecentesche, o addobbati con lussuose vesti damascate di foggia cardinalizia.

Tutta l’opera profana di Paolo Veronese cammina invece su un terreno più certo.
La sua visione laica del mondo è preminentemente finalizzata alla concordia amorosa, ed ha il suo traguardo finale nella esaltazione del matrimonio.
Non per nulla numerosi studiosi della figura del Veronese giudicano la sua pittura come “neoumanistica”.

Il grande pittore veronese, ormai veneziano di adozione, oltre ad aver fatta sua la chiesa di San Sebastiano, sita nei sestieri di ponente della città, ornando di uno splendido complesso di tele ed affreschi la chiesa stessa, la sacrestia ed il coro pensile dei monaci, si dedica a fondamentali commissioni pubbliche e private, come le grandi sale al piano nobile di Palazzo Ducale e gli originali e bellissimi affreschi che vanno ad allietare ed ammorbidire le rigorose geometrie palladiane di villa Barbaro a Maser.

Ma Paolo, che ha ormai da tempo una ben avviata bottega dove, oltre al fratello e ai figli, lavorano dei giovani allievi, si dedica anche alla pittura mitologica e allegorica.
Qui Augusto Gentili si è addentrato in dettagliate spiegazioni filologiche e umanistiche, facendo confronti con altre opere dipinte da Tintoretto nello stesso periodo.

Fil rouge di queste opere belle e un po’ inquietanti, sono la libertà e l’ambivalenza che Paolo Veronesi si prende, allontanandosi deliberatamente con l’immagine pittorica dalle fonti letterarie cui si ispira.

Al di là della superba tecnica artistica, le sue sono interpretazioni neoplatoniche dei miti pagani.
Su tutte aleggia il desiderio del pittore di far risaltare l’opposizione tra amori disonesti ed amori onesti.

Veleggia sempre sulle sue opere profane il concetto di “matrimonio come momento di equilibrio e saggezza”. La sua stessa vita privata fu esempio di tranquillità e di moderazione.

Ma un particolare ci induce a pensare che Paolo non abbia mai dimenticato le sue origini.

Nella giovanile “Cena in casa di Simone” ci ha lasciato dipinto su una colonna un grosso chiodo a testa quadra, ben infisso. Perché? È opinione diffusa che il pittore abbia voluto “inchiodare la nostra attenzione sulla pietra per ricordarci qualcosa”.

Quasi sicuramente la sua genesi: figlio dello scalpellino veronese Gabriele (l’autore di uno dei due celebri Gobbi in marmo che sostengono le acquasantiere in Santa Anastasia), a volte firmava i suoi quadri con la scritta “Paolo spezapreda”. Un ricordo e un ritorno alle origini.

 Giuseppe Perotti