Una delle opportunità riservate agli Amici dei Musei è quella di poter partecipare a conferenze  di prestigiosi studiosi di Storia dell’Arte italiani e stranieri, durante le quali viene affrontato nelle sue molteplici sfaccettature il concetto del Bello nell’Arte.
Dalla sensazione elementare ed intuitiva di che cosa ai nostri occhi sia bello e appagante, ascoltando gli Studiosi si passa attraverso inedite percezioni che ci portano a sviluppare nuove capacità di valutazione sul come e perché un’opera d’arte possa essere fonte di profondo appagamento.

È stata questa la suggestiva intuizione provata ascoltando martedì 4 marzo alla Gran Guardia la seconda conferenza preparatoria alla Mostra di Paolo Veronese (a Verona 5 luglio – 8 ottobre 2014).
Conferenza tenuta da Howard Burns, professore scozzese di nascita, ma ormai cittadino del mondo.

Laureato a Cambridge, ha insegnato al Courtauld Institute di Londra, famoso per le ricerche in Storia dell’Arte e Architettura. Dal 1986 ha la cattedra di Storia dell’Arte ad Harvard negli U.S.A. È presidente del Centro Studi di Architettura “Andrea Palladio” di Vicenza.
Grandissimo conoscitore dell’architettura italiana del Rinascimento, l’amore ed il suo interesse per l’arte italiana lo hanno portato a divenire titolare della cattedra di Storia dell’Architettura alla Normale di Pisa!

The Family of Darius before Alexander

Paolo Veronese, La famiglia di Dario ai piedi di Alessandro, 1565-1567, Londra, National Gallery

 

Howard Burns ha analizzato, come un biologo chino sul microscopio, le scenografie che Paolo Veronese ha sviluppato nelle sue grandi tele.
Scenografie che non fanno semplicemente da cornice e da sfondo ai personaggi protagonisti del quadro, ma sono parte integrante della costruzione pittorica.
L’architettura nelle opere d’arte ha una sua storia affascinante, non sempre facile da comprendere.

Se nei mosaici bizantini di Ravenna le architetture, pur ricche di fascino, hanno ancora tratti primitivi ed elementari, divengono vere protagoniste nel Medioevo: come non ricordare Duccio di Buoninsegna e Giotto con le loro fantastiche ed immaginifiche architetture gotiche?

Ma è solo nel Rinascimento che, partendo da Masaccio, per aprirsi poi a Raffaello, a Mantegna e agli altri sommi artisti del tempo l’architettura nelle sue forme più classiche, raggiunge l’apice nelle rappresentazioni pittoriche.

È sintomatico che propri nel 1511 Frà Giocondo pubblichi l’opera del grande architetto romano Vitruvio, svelando più compiutamente ciò che non sempre dai ruderi dissepolti a Roma gli artisti erano in grado di cogliere.

La genesi delle architetture dipinte da Paolo Veronese è abbastanza criptica.

Solo inizialmente si riscontra nei suoi quadri qualche reminiscenza veronese. Ad esempio le architetture di piazza dei Signori e del palazzo Pompei fanno capolino in alcune sue opere; ma l’artista pur partendo da un ricordo visivo reale, lo elabora, lo modifica, lo cambia, fino a farne una cosa sua, nuova, originale.

Il professor Burns ricorda poi che nel quadro del Cristo e la Maddalena della National Gallery di Londra ci sono, ad esempio, elementi architettonici che possono venir rimandati alla celebre scala a spirale del Bramante, sita nel cortile del Belvedere in Vaticano.
Ma nello stesso quadro è anche ben rappresentata una colonna scanalata di chiara origine classica.

Un elemento architettonico che Paolo fa suo e riporterà in numerose sue opere.
Già all’inizio del suo definitivo soggiorno veneziano viene attratto dalle colonne binate della Loggetta del Sansovino, che compaiono ripetutamente in molte opere.

L’importanza dell’architettura nelle opere di Paolo Veronese è tale che anche in due ritratti famosi, quello di Iseppo da Porto con il figlioletto Leonida e della moglie Livia da Porto Thiene con la figlioletta, oggi visitabili in due diversi musei, ma concepiti per stare nello stesso ambiente, le figure dipinte per intero sono state impreziosite inserendole in una nicchia architettonica.

Qui non siamo più nei capolavori pittorici mantegneschi: quasi sculture dipinte per soddisfare l’autonoma esigenza estetica dell’artista, ma in presenza di una attenta e sapiente raffigurazione, oserei dire politica, di personaggi alto borghesi, esponenti di una Repubblica Serenissima (in una Europa di monarchie) dove il potere del singolo veniva esaltato non semplicemente dalla appartenenza ad un casato di alto lignaggio, ma dal prestigio personale conquistato con la partecipazione alla vita politica, militare o commerciale della Serenissima stessa.
Paolo Veronese fece sue queste fondamentali sottigliezze e le concretizzò nei relativamente pochi ritratti (circa una trentina ) che produsse in Venezia, divenendo in breve con il Tintoretto  uno dei più celebrati ritrattisti del tempo.

L’ambientazione della persona ritratta, quasi sempre a figura intera, inserita in un contesto architettonico raffinato, magari più classico e idealizzato che realmente veneziano, conferisce somma importanza ed autorevolezza al soggetto rappresentato.
Nel caso dei due ritratti dei coniugi da Porto, la presenza dei due figli è un colpo da maestro che collima perfettamente con la filosofia veronesiana: esaltazione dell’amore coniugale nell’ordine politico e sociale voluto e premiato dalla Serenissima.

Ritornando alle annotazioni di Howard Burns, spiccano alcuni aspetti di stile: le dimensioni, le proporzioni ed i rapporti tra gli elementi architettonici di Paolo sono simili a quelli evidenziati in celebri opere del Palladio. È la prova che il grande ispiratore del Veronese sia il Palladio.

Ma non solo: alcune opere fondamentali riportano stilemi, più o meno rielaborati, provenienti dal Sansovino; altri, come le balaustre di altre opere, richiamano Michelangelo. Ma Paolo è anche un anticipatore. In opere commissionate per la chiesa di San Sebastiano ritroviamo infatti delle colonne a spirale che ci fanno pensare al futuro ciborio di San Pietro di Lorenzo Bernini.

Il grande telero delle Nozze di Cana, oggi al Louvre, dipinto per San Giorgio Maggiore, è la più grandiosa costruzione architettonica di Paolo Veronese; ed è di chiara ispirazione palladiana e sansovinesca. Richiamano infatti molti elementi della Basilica vicentina e della Libreria di piazzetta San Marco in Venezia.

Andando verso la conclusione, Burns ci stupisce dimostrando come Paolo sia stato anche un grande scenografo teatrale ante litteram. Infatti una attenta analisi del grande dipinto La famiglia di Dario con quel grandioso portico colonnato alle spalle dei personaggi principali e arricchito sulla terrazza sovrastante da numerose figurine di curiosi, non ci suggerisce possa essere una stupenda e vivace scena teatrale?

Indubbiamente Paolo è tentato dal fare cose nuove: le visioni di Palladio e di Sansovino erano perfette, plastiche e magnificenti; ma  erano rigorose visioni ortogonali. Paolo vuole e cerca altro; si proietta verso qualche cosa di mai tentato. Disegna palazzi in prospettiva accentuata; ha visioni più dinamiche, fantastiche.

Che ci stia forse anticipando i fasti secenteschi del Barocco che sta facendo capolino dal Gran Libro della Storia dell’Arte ?
Un’attenta visita alla prossima Mostra alla Gran Guardia ci potrà sciogliere molti dubbi.

 

                                                                                    Giuseppe  Perotti