Paolo Veronese, Giunone versa doni su Venezia, 1553-1556, Venezia, Palazzo Ducale

 

Il percorso di avvicinamento alla grande Mostra su Paolo Veronese che si terrà a Verona alla Gran Guardia dal  5 luglio al 5 ottobre prossimi, sta dispiegandosi come un “crescendo rossiniano”.

Si pensava che con le prime conferenze tenute dai due massimi esponenti degli studi veronesiani, quali Augusto Gentili e Howard Burns, la parte più interessante delle argomentazioni fosse stata  esaurientemente trattata.
Ma Claudia Terribile prima, ed ora Giorgio Tagliaferro, hanno mirabilmente onorato la scienza e la cultura italiana con due conferenze di taglio moderno e accattivante,  rigorose e rispettose della severità degli studi da loro intrapresi su tratti specifici della vasta e multiforme opera di Veronese.

Giorgio Tagliaferro è un giovane veneziano che ha studiato a Ca’ Foscari, dove si è pure addottorato.
Da tempo le sue ricerche sono concentrate soprattutto sulla pittura veneziana del Cinquecento ed in particolare su Tiziano e Veronese.  Attualmente è professore presso il Dipartimento di Storia dell’Arte dell’Università di Warwick in Inghilterra.
Tra le numerose pubblicazioni da lui prodotte, ha firmato insieme a Bernard Aikema un volume di rilevanza fondamentale per conoscere “ dall’interno” il mondo dei pittori del Cinquecento veneziano, intitolato “ Le botteghe di Tiziano”.

Paolo Veronese pittore di Stato.
Un’affermazione categorica, ma anche un titolo di merito, suffragato dal fatto che ancora un secolo dopo un altro grande pittore, Pieter Paul Rubens, dipinga a Londra nella dimora reale di Whitehall, su commissione di Carlo I, la gloria dell’antenato Giacomo I, colui che fuse in un unico stato Inghilterra e Scozia,  ispirandosi chiaramente a soffitti dipinti da Paolo Veronese a Venezia in San Sebastiano ed a Palazzo Ducale.

È molto curioso che un re di Inghilterra abbia scelto per un’opera di Stato un pittore che si ispirava ad un altro pittore famoso per aver esaltato le glorie repubblicane della Serenissima, ovvero l’antitesi di una monarchia! In realtà l’artista Rubens si era ispirato tout court al grande artista Veronese, con l’avallo intelligente del sovrano inglese.
Come già emerso nelle precedenti conferenze, Paolo Veronese, essendo un perfetto figlio del Cinquecento italiano, sviluppa mirabilmente determinate qualità ed artifici che gli permettono di captare i desideri dei committenti, trasformandoli in opere pittoriche “parlanti” soprattutto attraverso immagini e scene allegoriche.
Come pittore di Stato, suo compito fondamentale è quello di esaltare il Mito della Serenissima.

Venezia è una regina e Paolo  la rappresenta più volte come tale.
Una regina laica, ma il cui potere è approvato da mano divina. La pittura di Stato, che raggiunge l’apoteosi nelle numerose opere che gli vengono commissionate per abbellire le grandi sale di rappresentanza del Palazzo Ducale, è una commistione di momenti laici, a volte anche mitologici, per la presenza di divinità greco-romane, e di continue allusioni al ruolo religioso della Serenissima che veglia sulla salvezza eterna dei suoi sudditi.
Noi  semplici ammiratori della pittura di Paolo Veronese, ammaliati dalla sontuosa bellezza  delle sue opere, che incantano per una luminosità coloristica senza eguali, fatichiamo non poco a percepire le sottili allegorie che permeano ogni sua opera.
Destano perciò non poca ammirazione le raffinate interpretazioni che studiosi come Giorgio Tagliaferro riescono ad ipotizzare e confermare con sicuri riscontri. Del resto i potenti veneziani del Cinquecento utilizzavano la pittura come arma di persuasione nei riguardi dei sudditi, non essendo ancora disponibili altri mezzi oggi a noi  familiari.

La Serenissima è si una Repubblica retta da una serie di Magistrature cittadine con a capo un Doge che ne incarna il potere, ma questi non è un re, essendo eletto per periodi ben definiti.
In verità la Serenissima più che una repubblica è una oligarchia  costituita dai membri di poche  e ben riconosciute famiglie altolocate. Una repubblica i cui rappresentanti non sono eletti da un voto popolare, e che ha sempre la necessità di convincere il popolo, con metodi suoi propri, della bontà del governo che la regge. I pittori, e Paolo Veronese primeggia tra questi, ricevono perciò incarichi per decorare le sedi delle Magistrature cittadine,  Palazzo Ducale in testa, con opere che con la loro “lettura”inculchino nei veneziani il concetto della sovranità sacrale di Venezia.
Non per nulla Venezia stessa viene accostata a Maria madre di Gesù .

La data di fondazione della città fu infatti fissata dai veneziani nel 421 d.C., esattamente il 25 marzo, cioè proprio nove mesi prima di Natale, ricorrenza della nascita di Gesù! I simboli e le allegorie molto dense ed estremamente complesse che Paolo raffigura nelle sue tele devono essere un monito ed un accompagnamento per i sudditi il cui stile di vita dovrà essere in armonia con un ordine civile ed una morale religiosa ben codificati e che per nessun motivo possono essere disattesi. Solo così viene legittimato il potere sovrano assoluto di Venezia.
Anche per questi motivi le figure allegoriche nelle opere di Veronese spesso non rappresentano personaggi religiosi o mitologici riconoscibili, ma debbono semplicemente far conoscere ed imporre il principio stesso di quella allegoria!

Così ad esempio, se in una tela sono rappresentati i vizi capitali, è inutile cercare di identificare  i dannati in questo o quel personaggio ( come invece aveva fatto Dante Alighieri nella Divina Commedia) ; sono figure che per pochi, ma ben evidenziati tratti espressivi, o per le posture dei loro corpi rappresentano questo o quel vizio. Questa visione molto concettuale della pittura di Paolo Veronese sta a confermare il lungo tragitto intellettuale che fece dalla natia Verona sino alla città d’adozione. Paolo non è solamente un eccelso pittore, ma anche un uomo coltissimo e sensibile all’alternanza delle vicissitudini politiche di Venezia.

Gli stessi concetti, ma in chiave più privata ed intimistica vengono utilizzati nelle grandi committenze private. Ne è un fulgido esempio lo splendido ciclo di affreschi di villa Barbaro di Maser dove le virtù cardinali, il rigore morale e religioso dei due fratelli proprietari e committenti e l’armonia famigliare  vengono esaltati e celebrati con singolare bravura ed efficacia.
Mi limito a queste brevi note di commento anche se la conferenza  ha spaziato, come raramente capita, su altri approfondimenti tutti molto interessanti e originali.

Penso che il  visitatore tipo della prossima Mostra, generalmente attratto dalla bellezza immediata ed intuitiva delle opere in esposizione, potrà arricchire le proprie conoscenze cercando di individuare nelle figure e nelle scene allegoriche ritratte le motivazioni segrete che sottendono alla semplice raffigurazione pittorica.

 

 Giuseppe Perotti