L’occasione per la riflessione è stata la visita alla Mostra delle belle fotografie di Gianni Berengo Gardin, allestita dal Centro Internazionale di Fotografia presso l’ipogeo veronese degli Scavi Scaligeri, e che resterà aperta ai visitatori fino al 26 gennaio del prossimo anno.

La mia non è certo una riflessione originale.

La discussione sul tema nacque a metà Ottocento, insieme alla fotografia stessa.

Molti dei primi fotografi erano in effetti anche pittori, e non avevano dubbi nell’affermare che una nuova forma artistica aveva affiancato quelle gloriose e millenarie già note.

La querelle rimase aperta per molti decenni, scomodando perfino la giustizia con clamorose vertenze giudiziarie, specie in Francia, su vari aspetti del problema ed anche su supposti diritti d’autore violati.

Con il diffondersi nel Novecento della fotografia dilettantistica il problema andò affievolendosi, ma con l’avvento nel terzo millennio della fotografia digitale, che ha abbattuto enormemente i costi di riproduzione divenendo una attività di larghissimo consumo, sono cadute anche tutte le problematiche artistico-giuridiche che si erano create.

Eppure visitando con attenzione la Mostra di Berengo Gardin non si può non riflettere su certe bellissime inquadrature, sicuramente istantanee, che scavano le figure ed i volti dei soggetti ritratti, esaltandone i diversi e mutevoli stati d’animo.

Non sembrano più fotografie, ma case di vetro.

Ed ecco che lo stesso Autore delle fotografie ci viene in soccorso con una sua frase riportata su un poster inserito lungo il percorso museale.

Scrive Berengo Gardin: “Non sono un artista e nemmeno un grande oratore, preferisco che a parlare siano le mie immagini”.

Onesta affermazione di un sapiente artigiano, che mi suscita però un ulteriore interrogativo.

Se il fotografo, acuto interprete degli stati d’animo dei personaggi ritratti, non si reputa un artista, come valutare la valenza ed il livello artistico di certi Operatori contemporanei che allestiscono, o più spesso fanno realizzare da altri, gigantesche Installazioni in giganteschi (e costosissimi) Musei, che suscitano nei visitatori sensazioni di incomunicabilità molto simili a quelle che aleggiavano nei film del celebre Michelangelo Antonioni?

Visto che questo mio pensiero è inserito nella rubrica “Le opinioni dei soci” sarei molto lieto di leggere il pensiero di altri Amici sullo stesso tema, per discuterne poi insieme.

 

Giuseppe Perotti